
Tassi fermi. Di nuovo. La Federal reserve ha deciso ancora una volta, resistendo alle pressioni ormai continue del presidente Donald Trump, di mantenere i tassi invariati: l’obiettivo dei Fed funds rates, nelle operazioni di mercato aperto, resta quindi compreso tra il 4,25% e il 4,50 per cento. La decisione non è stata unanime, come è invece avvenuto nelle riunioni precedenti: due governatori, notoriamente più vicini alle posizioni dell’Amministrazione – Michelle W. Bowman e Christopher J. Waller – avrebbero preferito un piccolo taglio di 0,25 punti percentuali, lontano quindi dai desideri del presidente. Assente dalla riunione del Fomc, il comitato di politica monetaria, Adriana D. Kugler, componente del board centrale.
Un’economia in lieve frenata
Pochissime le variazioni – nel comunicato finale – alla diagnosi dell’economia. La Fed ha preso nota del rallentamento dell’economia nella prima metà dell’anno, andando quindi al di là del dato, distorto, del +3% del pil del periodo aprile giugno, mentre a giugno riteneva che l’economia si stesse espandendo a un ritmo «solido»: un’indicazione che potrebbe anche preparare un taglio a settembre. «Gli indicatori recenti – ha aggiunto il presidente Jerome Powell – suggeriscono che la crescita dell’attività economica si è moderata. Il Pil è aumentato a un ritmo dell’1,2% nella prima metà di quest’anno, in calo rispetto al 2,5% dello scorso anno. Anche se l’aumento nel secondo trimestre è stato più sostenuto, pari al 3%, concentrarsi sull’andamento della prima metà dell’anno aiuta a compensare la volatilità dei dati trimestrali». La moderazione della crescita «riflette in gran parte un rallentamento della spesa dei consumatori (e delle esportazioni). Al contrario, gli investimenti delle imprese in attrezzature e beni immateriali sono aumentati rispetto al ritmo dell’anno scorso. L’attività nel settore immobiliare rimane debole».
Incertezze sui dazi
L’incertezza, che nel comunicato di un mese prima era diminuita, ma restava elevata, è nella nota di luglio semplicemente «elevata». Il tema è sempre quello dei dazi: «Ora abbiamo tre o quattro decimi di inflazione “core” derivanti dai dazi», ha spiegato Powell. La situazione è inoltre in continuo cambiamento. «Le modifiche alle politiche governative – ha detto ancora – continuano a evolversi, e i loro effetti sull’economia restano incerti. I dazi più elevati hanno iniziato a riflettersi più chiaramente sui prezzi di alcuni beni, ma i loro effetti complessivi sull’attività economica e sull’inflazione restano da valutare. Un’ipotesi di base ragionevole è che gli effetti sull’inflazione possano essere di breve durata, riflettendo uno spostamento una tantum del livello dei prezzi. Tuttavia, è anche possibile che gli effetti inflazionistici si rivelino più persistenti, ed è questo un rischio da valutare e gestire con attenzione. Il nostro compito è mantenere ben ancorate le aspettative d’inflazione a lungo termine e impedire che un aumento temporaneo del livello dei prezzi si trasformi in un problema inflazionistico continuo. Per il momento, siamo in una buona posizione per acquisire ulteriori informazioni sull’andamento probabile dell’economia e sullo sviluppo dell’equilibrio dei rischi, prima di modificare il nostro orientamento di politica monetaria» che attualmente è «moderatamente restrittivo».
Stime verso la stabilità
La politica commerciale di Trump sembra però diventare più chiara, e la Fed ne è consapevole. «E stato un periodo estremamente dinamico per questi negoziati commerciali – ha spiegato il presidente – con moltissimi eventi nel periodo tra una riunione e l’altra. Ma siamo ancora lontani dal vedere dove le cose si stabilizzeranno. Stiamo ricevendo chiaramente sempre più informazioni e credo che, a questo punto, le stime – le nostre e quelle esterne – sul probabile livello effettivo dei dazi non stiano più cambiando molto. Allo stesso tempo, però, restano ancora molte, moltissime incertezze da risolvere. Quindi sì, stiamo imparando sempre di più, ma non sembra affatto che siamo vicini alla fine di questo processo; e anche se non spetta a noi giudicare, la sensazione è che ci sia ancora molto da vedere nei prossimi mesi». Il punto nodale è che la situazione è «insolita», perché «si presentano rischi sia per il mandato sull’occupazione sia per quello sull’inflazione. Questa è la natura di uno shock dal lato dell’offerta». Anche per questo motivo, ha aggiunto, si sono verificate i due dissensi: nulla di particolarmente nuovo, o traumatico, nel mondo delle banche centrali.
Economia in buona salute
Come a giugno, l’economia appare comunque in buona salute e non richiede interventi immediati: «il tasso di disoccupazione resta basso e le condizioni del mercato del lavoro rimangono solide. L’inflazione resta moderatamente elevata». La velocità dei prezzi, ha detto Powell «è stata leggermente al di sopra del nostro obiettivo di lungo periodo del 2%». Questo aspetto, più volte ripetuto, spiega il mantenimento dei tassi ai livelli attuali. «Riteniamo – ha quindi aggiunto – che il nostro attuale orientamento di politica monetaria sia adeguato per proteggere dall’inflazione e dai rischi ad essa associati». L’elemento nuovo è il fatto che la Fed è ora attenta «ai rischi legati all’occupazione, che rappresenta l’altro pilastro del nostro mandato. Nei prossimi mesi riceveremo un’ampia quantità di dati che ci aiuteranno a valutare meglio l’equilibrio dei rischi e a determinare il livello appropriato del tasso sui fondi federali».
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Rischi sul mercato del lavoro
Powell ha detto e ripetuto, durante la conferenza stampa, che «rischi al ribasso nel mercato del lavoro sono certamente evidenti», a causa di una flessione di domanda e offerta (legata, questa, alla riduzione dei flussi migratori), che mantiene il mercato bilanciato ma che è un segnale da seguire: è un elemento importante – nel contesto del doppio mandato della Fed: stabilità dei prezzi e massima occupazione – per immaginare che i tagli dei tassi, sia pur prudenti, siano più vicini. Powell non lo ha escluso: «Stiamo semplicemente cercando di farlo in modo efficiente – ha spiegato riferendosi alle riduzione dei tassi overnight ufficiali – e farlo in modo efficiente significa centrare i tempi. Se tagliamo i tassi troppo presto, forse non abbiamo completato il lavoro sull’inflazione, e la storia è piena di esempi in tal senso. Se invece li tagliamo troppo tardi, allora rischiamo di arrecare danni inutili al mercato del lavoro. Quindi, stiamo cercando di trovare il momento giusto».
Il costo del debito pubblico non è un obiettivo
Powell ha anche precisato il rapporto della politica monetaria con le politiche fiscali. «Non rientra tra le nostre considerazioni – ha spiegato, in risposta a una domanda – valutare il costo per il Governo delle nostre variazioni dei tassi. Dobbiamo essere in grado di concentrarci sulle variabili-obiettivo che il Congresso ci ha assegnato, utilizzando gli strumenti che ci ha fornito per raggiungere tali obiettivi; ed è esattamente ciò che facciamo. Non prendiamo in considerazione le esigenze fiscali del governo federale. Nessuna banca centrale di un’economia avanzata lo fa, e non sarebbe positivo se lo facessimo: non gioverebbe né alla nostra credibilità, né a quella della politica fiscale degli Stati Uniti. Quindi, semplicemente, non è qualcosa che consideriamo nelle nostre decisioni».
L’importanza dell’indipendenza
Non è mancato un accenno all’indipendenza della Banca centrale, che il presidente Donald Trump non apprezza. «I governi di tutto il mondo nelle economie avanzate – ha detto Powell – hanno scelto di mettere una certa distanza tra il controllo politico diretto su queste decisioni e coloro che effettivamente le prendono. Se così non fosse, se non ci fosse questa separazione, ci sarebbe una grande tentazione, naturalmente, di usare i tassi d’interesse per influenzare, ad esempio, i risultati elettorali. E questo è qualcosa che non vogliamo assolutamente fare. Credo che su questo ci sia ampia consapevolezza. Sicuramente al Congresso; e, voglio aggiungere, lo considero un principio davvero importante».
La ristrutturazione contesa
Sul progetto di ristrutturazione degli edifici della Fed, contestati da Trump anche nella sua recente visita alla banca centrale, «questo progetto è stato ideato e concepito quasi dieci anni fa – ha spiegato il presidente – e abbiamo affrontato un lungo processo di approvazione presso la commissione nazionale per la pianificazione del Campidoglio, con molti passaggi e confronti. È stato un processo molto costruttivo. Abbiamo iniziato i lavori e siamo già a buon punto. Sono stato molto soddisfatto di sentire il presidente dire, più volte, che ciò che desidera davvero è vedere completata questa costruzione il prima possibile. Questo è il nostro obiettivo; ed è esattamente quello che intendiamo fare».
AD MAIORA
JG
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