
Come da attese, nella giornata di ieri, mercoledì 31 luglio, la Fed di Jerome Powell ha lasciato i tassi sui fed funds Usa invariati al range compreso tra il 5,25% e il 5,5%, al record degli ultimi 23 anni.
Powell ha tuttavia proferito finalmente la frase tanto agognata dai mercati (e dai consumatori americani, tuttora alle prese con rate sui mutui alte):
se le condizioni economiche daranno il via libera, confermando il processo disinflazionistico in corso, ovvero il rallentamento del tasso di inflazione verso il target del 2%, la Fed taglierà i tassi nella prossima riunione di settembre.
Settembre è il mese su cui i trader avevano puntato prima della riunione del Fomc per vedere annunciare dalla banca centrale americana il primo taglio dei tassi di interesse Usa dal 2020, anno in cui è esplosa la pandemia del Covid-19. Primo taglio, anche dopo la sfilza di strette monetarie che la Fed, così come la Bce di Christine Lagarde, è stata costretta a lanciare nel 2022, per contrastare l’impennata dell’inflazione a livelli record.
La frase magica proferita da Powell, che ha portato lo S&P 500 e il Nasdaq Composite ad archiviare la migliore sessione dal mese di febbraio, è stata la seguente:
“L’impressione della Commissione (Fomc, braccio di politica monetaria della Fed) è che l’economia (Usa) si stia avvicinando al punto in cui sarebbe appropriato tagliare i tassi – ha detto il timoniere della Fed – L’interrogativo sarà se la totalità dei dati, l’evoluzione dell’outlook e il bilanciamento dei rischi saranno coerenti con la (nostra) crescente fiducia nei confronti dell’inflazione e con un mercato del lavoro che si confermerà solido. Se questo test sarà centrato, una riduzione dei nostri tassi di interesse potrebbe essere sul tavolo già a partire dal prossimo meeting di settembre”.
Per quanto riguarda il mercato del lavoro degli Stati Uniti, Powell ha allontanato i timori che la crescita dell’occupazione sia un ostacolo all’allentamento della restrizione monetaria.
“Non credo che il mercato del lavoro, allo stato attuale, rappresenti una probabile fonte di significative pressioni inflazionistiche“.
Anzi, ha precisato il banchiere centrale, “non vorrei assistere a un ulteriore significativo indebolimento del mercato del lavoro”.
Non è mancata neanche una stoccata, seppur implicita, al candidato repubblicano alle elezioni presidenziali Usa e all’ex presidente Donald Trump che, in una intervista recentemente pubblicata da Bloomberg, ha praticamente minacciato Powell, invitando tra l’altro il numero uno della Fed a non tagliare i tassi prima dell’Election Day del prossimo 5 novembre.
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