La dottrina sociale cristiana ed il pensiero di Igino Giordani

l’on. Igino Giordani e Chiara Lubich

L’attualità del pensiero di Igino Giordani è la chiave di lettura del recente convegno internazionale a lui dedicato, a vent’anni dalla morte e tenutosi presso la Pontificia Università Lateranense in Roma alla presenza di un numerosissimo pubblico. In queste pagine offriamo ai lettori le sintesi di
alcuni interventi ed ampi stralci di essi.
La prof.ssa Vera Araujo dell’ Istituto Mystici Corporis di Loppiano nella sua relazione su “Analisi dei testi sociali della rivelazione in Igino Giordani” ha ricordato quanto Giordani racconta del suo incontro con Chiara Lubich, fondatrice del Movimento dei Focolari, avvenuto a Montecitorio nel
settembre del ’48, e, di conseguenza, dei suo cammino di fede insieme con lei: “Alle prime parole avvertii una cosa nuova. Era penetrato l’amore e aveva investito le idee, traendole mi un’orbita di gioia. L’idea di Dio aveva ceduto il posto all’amore di Dio, l’immagine ideale al Dio vivo. Movevo
dalla biblioteca intasata di libri, verso la Chiesa abitata da cristiani. (…) Stavo ricevendo una sorta di rivelazione che mi produceva una conversione nuova.”
Il cristianesimo era per lui un “ordine nuovo”, un programma di vita: vent’anni prima del Concilio egli vedeva con lungimiranza la missione propria dei laici di instaurare tutte le realtà terrene in Cristo.

Se la carità è il distintivo dei discepoli di Cristo “uno è cristiano – affermava – nella misura che ama: viceversa è pagano. L’amore è un nodo sociale che vincola gli esseri viventi a Dio e fra loro. (…) L’amore si svolge circolarmente: Dio – io – fratello. Tra me e Dio, il fratello non è un
diaframma, ma è un mezzo di comunicazione. La carità è azione, concretezza, è modo di fare”.
Per Giordani deve essere la carità a muovere la giustizia, la politica, il senso dell’autorità:
“L’autorità è un ministero, un servizio sociale: come la ricchezza, come la carità, come il sacerdozio.” L’obbedienza è atto di libertà: “Liberi dagli uomini, perché servi di Dio”.
Forte è il suo pensiero su economia e lavoro: “La carità, investendo l’economia, le assegna una funzione sociale; ne fa un servizio sociale, demolendo l’idea di dominio illimitato. L’uomo, immagine di Dio, lavora come lui.” (…) “Lavoro ma non troppo lavoro. Una società retta sul solo
lavoro è quindi materialistica – anticristiana – come una società retta sulla sola ricchezza. L’uno e l’altra sono mezzi, non fini”.
L’umanesimo, di Giordani è dunque spirituale, morale e culturale: pone l’uomo come centro e fine.
“Oggetto principale della sociologia, dell’economia, della politica, è in terra l’uomo; e quando si dice Stato, ricchezza, rapporti sociali, si dice uomo, essendo esso il componente, il dirigente, l’usufruttuario e il responsabile di quegli elementi”.
Il prof. Gianni Manzone della Pontificia Università Lateranense ha detto nella sua relazione dal titolo “Le relazioni interpersonali nell’impresa. Il pensiero di Igino Giordani” che per Giordani, i laici, completamente dediti a Dio, pur in mezzo alle attività terrene e proprio per mezzo di esse sono “monaci del mondo”. “Monachesimo in tuta”, “si sta sempre nella religione, anche quando si parla di pane: di salario, di lavoro, di denaro, di materie prime, di manufatti ecc.” sono sue espressioni. Della Lubich lo colpisce il fatto che “essa toglieva via ì cancelli che separano il mondo laicale dalla vita mistica”.
Nel suo articolo “Le relazioni umane in fabbrica” del 1955 afferma: “Dall’America ci è venuto il vocabolo e l’interesse per le “relazioni umane”. E’ una voce nuova che riferisce appena il pallore della carità. Si esprime l’istanza di relazioni umane, perché sì ha la realtà di relazioni disumane, in non pochi settori del mondo del lavoro. E si capisce: togli Dio e viene meno anche la sua immagine e somiglianza: l’uomo.” Giordani si riferisce qui alle nuove teorie del management, che valorizzano
il “capitale umano” e parlano di impresa “globale”. “Si dà grande importanza – scrive – al lavoro in équipe… si tratta di una piccola rivoluzione nella fabbrica, per la quale i rapporti, che erano da capo a sottoposti, divengono rapporti da capo a collaboratori, con un senso di responsabilità e di dignità”. Ma osserva, critico: “Qui si ferma la metodologia laicista. Essa vuole una relazione umana senza un principio etico superiore (…). Non bisogna fermarsi ad una tecnica, a un metodo: occorre sottoporre ad essi un principio, un’etica (…). Questo studio delle relazioni umane, se riceve completezza e finalità superiore dalla religione, poiché educa alla disciplina e all’unità, stabilendo un legame di comunità, serve, dal piano temporale ‘ a ravvivare la coscienza della solidarietà e
unità sul piano soprannaturale”.
Giordani riprende le parole del Papa sull’impresa-comunità di persone: “La fraternità e la solidarietà deve essere il distintivo del lavoro aziendale (…). Gli uomini devono sapere discernere quella più alta unità che lega tra loro tutti quelli che collaborano alla produzione (…). Bisogna utilizzare questi vincoli associativi del lavoro per trasfondere in essi la virtù del Corpo Mistico”.
Le affermazioni di Giordani sono attuali anche nell’epoca post-fordista contemporanea: “In nessun caso il lavoro può annullare la libertà e cioè la vita dell’anima. Un lavoro libero è legittimo, un lavoro coatto è illegittimo. La carità viva dovrebbe illuminare e determinare anche i rapporti dei
lavoro e trasfigurare così, e valorizzare anche il lavoro come una preghiera dentro una fabbrica, utilizzata dallo spirito come una chiesa”
Il prof. Antonio Maria Baggio della Pontificia Università Gregoriana nel suo intervento dal titolo “Etica e politica in Giordani” ha affermato che Giordani, al di là delle bardature della politica, si era affidato invece a quella fonte, continuamente spillante ricchezza ideale ed intellettuale, che è la Dottrina sociale cristiana.
“Giordani ha costruito, – afferma il senatore Andreotti – giorno dopo giorno, un suo totale affidamento a Dio, con una commovente coscienza della essenziale mediazione mariana”. Questo radicamento ideale, causa della sua famosa “ingenuità”, connota anche l’azione politica. In altri termini, Andreotti riconosce oggi l’importanza politica della dimensione ideale di Giordani. De Rosa sostiene che non si possa contrapporre un Giordani “spirituale” ad un Giordani “politico”; si prenda atto piuttosto che senza spiritualità, senza anima – è una delle lezioni di Giordani -, non si fa
politica.
Se in Giordani è ben chiara la distinzione tra la sfera religiosa e quella civile e politica, altrettanto chiara è la necessità che la prima alimenti le altre, cosciente che il cristianesimo ha fornito, nel corso della storia, la formazione dei principali concetti politici della democrazia.
Giordani si è dimostrato decisamente insofferente alle mediazioni etiche: forse un limite per chi fa politica. Ma per lui ogni tattica e ogni passaggio devono rimanere funzionali ad un obiettivo ideale più alto, devono rimanere comunque in sé buoni. E non deve mai essere chiuso lo spazio, in
politica, alla dimensione profetica, condizione per distinguere l’accettabilità dei compromesso dal tradimento dell’identità e dello scopo di chi – persona singola o partito – fa politica con un’ispirazione cristiana. Per De Rosa “Giordani è un politico dell’ ‘antipolitica’, un politico, cioè, non per tutte le stagioni, non disponibile alle ragioni del potere per il potere, ai calcoli e alle misure prefigurati da tanti amici del suo stesso partito”.
Il prof. Pierre Benoit dell’Università della Sorbona nella sua relazione “Libertà uguaglianza, fraternità in Segno di contraddizione di Igino Giordani (1933)” ha detto che per Giordani la libertà è il dono primario di Dio all’umanità nell’Incarnazione. Libertà dai determinismi e dai condizionamenti economici, politici e culturali: l’uomo sarà veramente libero se saprà liberarsi dalla tirannide del proprio ego e divenire attore di una socialità dell’amore, vissuta come comunione. Gesù ha “rinunciato alla sua divinità” incarnandosi: il cristiano deve rinunciare a sé per servire il fratello, l’alter Christus, l’altro sé.
Giordani considera la fraternità come serbatoio e fermento di energie, di rinnovamento per la Chiesa e per tutta la società civile. Egli abbozza la teoria e annuncia l’avvento di una società non più “sacrale chrétienne”, ma “profane chrétienne”, di una sociologia e di una convivenza in cui Polis ed Ecclesia si legheranno in senso positivo (distinzionista e reciprocamente inclusivo) e non più pro-fano, negativo (separatista ed esclusivo). Da libertà e fraternità, l’homo homini frater, cerca l’uguaglianza spirituale, economica e culturale, come nuova incarnazione dell’agape divina, secondo l’idea patristica della concorporatio.
Il motto della Rivoluzione francese resta quindi valido, ma mutandone l’ordine: libertà, fraternità, uguaglianza e infondendovi un supplemento d’anima evangelica. Per Giordani “La rivoluzione cristiana è ai primordi».
Per il prof. Alberto Lo Presti della Pontificia Università S.Tommaso, che ha parlato di “Potere politico ed élítes nel pensiero di Giordani”, contro ogni formalismo metodologico delle scienze politiche e sociali, la concezione politica di Giordani è saldamente legata alla dimensione universale della sua prospettiva storica. Giordani non si chiede come il potere politico sia
esercitato, sia legittimato, quale estensione abbia e quale natura giuridica lo sorregga. Cerca e riconosce in Dio la fonte ultima dell’autorità politica: l’autorità politica deve quindi viversi come ministero, servizio verso i fratelli, una delle molteplici forme di esprimersi della carità fra gli uomini.
Il concetto di potere politico è coniugato con quello di libertà: non strumento di oppressione arbitrario, ma capace, attingendo a Dio, di costruire la virtù sociale per eccellenza, l’unità fra classi, ceti, popoli, nazioni. Unità non come riduzione a uno della pluralità di interessi politici, di ideali e di prospettive politiche, ma capacità di cogliere la contingenza della divisione rispetto alle costanti verità universali della ricerca del bene comune. Storicità e universalità servono a ricomporre lo schema della dialettica politica: le competizioni fra i progetti politici, le divisioni fra classi sociali “non possono far dimenticare [ad essi] di far parte di un’unica famiglia, essenziale, divina, insostituibile, che conta più di tutti ì partiti e le caste, perché inorbitata nell’Assoluto e destinata ad assicurarci una felicità eterna, superiore perciò a quella temporale, momentanea, dell’attività
terrena”.
Giordani è voce fuori del coro degli scienziati sociali che hanno sacrificato al formalismo logico le basi etiche necessarie per una comprensione della vita politica. E’ stridente il confronto con il pensiero di Max Weber attorno al legame esistente fra visione religiosa del mondo e concezione politica. La stessa figura del politico risulta investita da tale concezione e rende urgente una rivisitazione della teoria delle élites di potere.
Il prof. Gianni Bedogni della Pontificia Università Lateranense nella sua relazione su “Modello di città e pace possibile” ha sostenuto che quella fatta da Giordani è una lettura teologica della relazioni umane nel sociale. Lo schema delle tre figure (la città di satana, dell’uomo, di Dio) assume da subito una valenza culturale e si attrezza con un corredo politico capace di trasformarsi in “prese di posizione”.
“Pace” o pacifismo non significano per lui assenza di conflitto. A favore del Patto Atlantico e, contemporaneamente, in appoggio all’obiezione civile, il tema della pace non fu solo una questione politica o militare, quanto piuttosto culturale: “La pace comincia da noi”.
“Modello di città e pace” si coniugano, nel come “ridare un’anima dell’Europa” e, soprattutto, perché, con quali potenzialità. Il come ci porta alla questione “modello di città”: con Giordani, secondo Vasale, viene di fatto a cadere la classica distinzione fra le tradizioni cattolico-liberale e
cattolico-sociale in nome dell’idea cristiana di libertà (…) che conduce coerentemente alla democrazia, legata ad uguaglianza e fraternità, e quindi alla giustizia sociale. Come coniugarle? Si deve aggiungere il ”perché”. A “libertà e giustizia”, Giordani affianca la carità, misura e limite degli altri due. Scrive Francesca Giordano: “era necessario introdurre un principio trascendente della politica, superiore, capace di regolare dal di dentro la società e suggerire modalità nuove all’economia e al diritto. Si fonda su tale convinzione il progetto di “Democrazia sacra”, (…) non intesa disegno di Stato confessionale o teocratico, [ma come] democrazia compiuta, quella che riesce davvero a garantire insieme libertà e uguaglianza, che non sarà pura demagogia solo quando farà i conti con la carità”.
Per Giordani (quasi un anticipo di CA n. 46), una democrazia non fondata sui valori si traduce presto in un totalitarismo aperto oppure subdolo: “Cristianizziamo, fraternamente, la democrazia, l’aeroplano, ecc.”, “trasformiamo in cristiana la politica”. Scrive Sorgi: “Il Dio in cui crede, infatti, non è rinchiuso nel tempio, ma sta e opera anche fuori nel tempio. Ciò comporta una sacralità dell’umano (…) il cristiano consacrato dal Battesimo, consacra tutto ciò che tocca: ed è per logica interna che è portato a fare del mondo un tempio, e a rendere il suo agire sociale, compreso quello economico e quello politico, una continua liturgia.”
Cercare la pace possibile e il modello di città davvero vivibile e attenta alla persona (mirabile anticipazione di SRS n. 40, quasi le stesse parole in un discorso del ’50), diventa un cercare Cristo ed essere cercati da Lui.
Per il prof. Tommaso Sorgi del Centro Igino Giordani di Rocca di Papa che ha parlato de “L’attualità dei Padri della Chiesa in Igino Giordani”, Giordani studiò e fece conoscere i Padri della Chiesa per “esportarne la vitalità gagliarda oltre i segni della pura filologia e teologia o filosofia”. E’ vana “la pretesa di capire il cristianesimo (…) e difenderlo e propagarlo” senza conoscere questi “giganti dal respiro ampio”, il cui “pensiero appella a intelligenze severe”. E li sente attuali: “l Padri della Chiesa […] appartengono al nostro ciclo, sono attori del nostro dramma, ci danno alimento per la nostra vita quotidiana”.
Muovendo da un’ antropologia con base teologica, per la quale l’uomo non è solo “effigie di Dio”, ma anche “Dio in effigie”, ne studia il messaggio sociale. Il suo è un cristianesimo “integrale” (con Paolo VI diremmo “plenario”) basato su coerenza tra fede e opere, eroismo nell’ascesi interiore e nella testimonianza pubblica della fede anche per i fedeli laici, loro corresponsabilità nella difesa e sviluppo della Chiesa.
Da Clemente Alessandrino prende il concetto del “disertare a Dio”, che egli applica come “diserzione dal mediocre”, come “cristianesimo eroico”. Dal Crisostomo coglie il suggerimento ai laici di vivere – a parte il celibato – come monaci. Un ideale fascinoso per lui, finalmente tradotto in vita concreta quando potrà consacrarsi proprio come coniugato nel Focolare, in comunione con celibi e con sacerdoti.
Dai Padri attinge una visione della Chiesa come popolo di Dio, che dà un nuovissimo (allora) spazio ai laici – uomini e donne – messi in evidenza quali coapostoli, coepiscopi, coma Agostino chiamava i padri di famiglia, martiri, edificatori del Corpo Mistico in comunione con il clero. Un punto soprattutto in lui è vivo: la piena vocazione cristiana del laico, come suo “essere Chiesa” senza riserve e come chiamata alla santità anche nel matrimonio.
Giordani ammira Giustino: “mi esibì la dimensione universale del cristianesimo, assimilato all’umanesimo razionale”, quella “razionalità della fede”, elemento che avrebbe generato forti ripercussioni sulla propria posizione teologica e filosofica, quello imperniato sul valore del termine
logos.
Dall’epoca della traduzione di Giustino in poi, Giordani nei suoi scritti, in modi diversi, spesso affermerà: “Cristo è la Ragione”. Nel gennaio 1949, dopo l’incontro con la spiritualità dei Focolari, il cui punto di partenza è la fede radicale in Dio Amore, nell’amore di Dio per noi, il termine “Ragione” si arricchisce di significato: “la via della ragione è la stessa che la via dell’amore”.

SPUNTI E RIFLESSIONI SUL PENSIERO POLITICO DI GIORDANI E LA PIRA

Igino Giordani e Giorgio La Pira, sono senz’altro due tra le personalità politiche del campo cattolico che meglio hanno saputo sintetizzare il desiderio di incarnare i valori evangelici nel proprio impegno politico concreto, laddove quei valori venivano (e vengono) spesso troppo sbrigativamente compresi nella sfera delle scelte private e per questo strettamente personale.

Comprendo il valore della disamina fatta a proposito della concezione personalista e pluralista che ha animato il contributo intellettuale di una parte del mondo cattolico; quell’elenco di persone citate che solo a scorrerle fanno tornare alla mente una semina ed una penetrazione significativa del messaggio cristiano nella vita della società in tutte le sue componenti, da quelle politiche a quelle sociali, quelle economiche, per non tacere dell’ambito ecclesiale. Se è possibile proporre una sollecitazione, che vuole essere anche un auspicio, chi scrive crede sia arrivato il momento in cui, tenute presenti le opere e le testimonianze dei maestri, appare fondamentale l’impegno concreto e coraggioso di ciascuno nel confermare con la vita la bontà del messaggio, ma ancor più appare da non sottovalutare l’importanza del lavoro quotidiano e dell’elaborazione intellettuale di soggetti plurali che sappiano incarnare i valori, che possano mettere in pratica quanto la tradizione ha espresso adattandola alle forme odierne. 

Ma torniamo ai nostri due quesiti. Sebbene abbiano fatto parte di due scuole politiche differenti (popolare e stretto collaboratore di don Sturzo l’uno, democristiano e intellettuale di punta dell’Azione Cattolica l’altro) e condiviso la sola esperienza dell’Assemblea Costituente, dove peraltro esclusivamente La Pira ha fatto parte della Commissione dei 75 (organismo che lavorò concretamente all’elaborazione del dettato costituzionale prima della discussione e della votazione in plenaria), Giordani e La Pira possono essere accomunati da acquisizioni e convinzioni similari. Tre grossi ambiti del loro impegno sono riconducibili a quanto detto:

1) La politica vissuta come servizio al bene comune.  

Il periodo storico al quale facciamo riferimento riporta ad un momento in cui raggiungere la carica di deputato o senatore non produceva un particolare beneficio economico o chissà quale prestigio, soprattutto alla ripresa della politica attiva nel secondo dopoguerra. Il confronto ideologico acceso, le differenti valutazioni sulle ricette di politica economica (capitalismo o collettivismo) spingevano verso posizioni radicali, riducendo gli spazi di confronto libero e di dialogo. Se si assume come valida la definizione di bene comune espressa dal Concilio Vaticano II (il bene comune è «l’insieme di quelle condizioni sociali che consentono e favoriscono nei singoli membri, nelle famiglie e nelle associazioni il conseguimento più spedito e più pieno della loro perfezione»), non si fatica a rintracciare nella parabola politica di entrambi il forte desiderio di spendersi per la collettività come per la salvaguardia dei valori e dei diritti personali, nella convinzione che la laicità fosse spazio di piena espressione della vita della società civile e nel rispetto delle prerogative dello Stato e delle appartenenze del singolo. In questa direzione, soprattutto pensando alla rivalutazione dell’impegno dei laici all’interno della società ed al servizio della Chiesa, sia Giordani che La Pira sono stati a modo loro degli anticipatori di alcune acquisizioni fatte proprie del Concilio stesso.

2) L’impegno a favore della pace.

Questa fu una priorità assoluta per entrambi, per portare avanti la quale “rischiarono” in prima persona la carriera politica e la fiducia degli elettori. Come non ricordare che Giordani è stato il primo in Italia a presentare, assieme al socialista Colosso nell’ottobre 1949, un serio disegno di legge sull’obiezione di coscienza; o i suoi interventi in Parlamento in difesa della pace, ad esempio nell’occasione in cui espresse la necessità che il Patto Atlantico fosse preso in considerazione quale strumento di pace; o l’intesa parlamentare per la pace del 26 ottobre 1951, iniziativa trasversale propugnata da Giordani e che vide personalità politiche di diversi partiti schierarsi per la conclusione della guerra di Corea. E che dire di La Pira? Tutto parla di pace nelle sue amministrazioni comunali a Firenze: diverse tipologie di convegni organizzati (le 5 edizioni dei Convegni per la pace e la civiltà cristiana (1952-1956) o I Colloqui mediterranei (ben 4 sessioni tra il 1958 e il 1964); l’enorme quantità di lettere indirizzate ai quattro angoli della terra per sensibilizzare capi di Stato e di governo in vista del trionfo di logiche di pace; diversi viaggi diplomatici segnati dal tentativo di bloccare guerre in atto (celebre quello del 1965 ad Hanoi nel corso della guerra del Vietnam).

3) Il costante riferimento alla dottrina sociale della Chiesa quale solida base per la politica concreta, con la scelta del dialogo a tutti i livelli.

Se la Dottrina Sociale Cristiana esprime la convinzione che la politica non sia gestione del potere ma servizio di carità e che il perseguimento del bene comune vada ricercato nel confronto con tutti gli uomini di buona volontà, si può tranquillamente affermare che Giordani e La Pira sono stati tra i migliori esecutori di una tale visione, soprattutto se pensiamo a quanto, nel corso del delicato periodo di guerra fredda segnato da robusti steccati d’appartenenza, seppero maturare nel rapporto con il mondo politico di sinistra, con posizioni di apertura e di disponibilità che nascevano dall’opzione preferenziale per i poveri (intendendo con questo qualsiasi tipo di povertà a cominciare da quella materiale) e dalla ricerca del bene comune, non circoscrivibile ad una parte sola del mondo politico nazionale o dello scacchiere internazionale.

Giordani e La Pira si conoscevano e certamente si stimavano, prova ne sia l’invito fatto da La Pira al collega di partito come relatore in occasione del quarto Convegno per la pace e la civiltà cristiana; esiste anche un breve scambio di corrispondenze tra i due, niente di fitto e continuo anche per le differenti occupazioni e per l’uscita di Giordani dalla politica attiva (1953), nel momento in cui La Pira rafforzava una parabola politica che, tra incarichi nazionali e amministrativi, lo avrebbe visto in campo fino ai primi anni ’70. 

Si chiedeva poi di segnalare un libro che meglio di altri sappia riassumere il pensiero di Giordani ed il suo contributo originale. Molto adatto, anche per quanto scritto in precedenza, sembra essere Il messaggio sociale del cristianesimo, volume di fondamentale importanza per la codificazione dell’apporto sostanziale che l’insegnamento di Gesù, la vita delle prime comunità cristiane e della Chiesa ha portato nella comprensione dell’edificazione di una civiltà, nello spendersi per il trionfo dei valori di umanità e solidarietà contenuti nel messaggio evangelico. Edito nel 1958 dall’unione di quattro volumi pubblicati separatamente (Il messaggio sociale di Gesù che vide le stampe nel 1935, Il messaggio sociale degli Apostoli 1938, I primi Padri della Chiesa 1939, I grandi Padri della Chiesa 1946) il testo fece di Giordani un punto di riferimento, un vero e proprio formatore della classe dirigente cattolica. Questo fu anche il volume che ebbe la più grande diffusione e che venne tradotto in numerose lingue (perfino cinese e giapponese!). In Memorie di un cristiano ingenuo, p. 137, sul testo Giordani scrive: “In esso ricercai i fondamenti dell’innovazione, della rivoluzione, portata dal Vangelo in ogni ordine umano, e studiata sopra tutto nell’ordine sociale. Nei Padri trovai costruttori audaci della convivenza nuova, e scopersi i motivi dell’opposizione alla fede cristiana da parte dei poteri politici e finanziari, smunti di morale evangelica”.