
La mia posizione sulla cosiddetta “dolce morte”: no all’eutanasia e al suicidio assistito, ma anche all’accanimento terapeutico. Di fronte alla sofferenza servono cura, vicinanza, cure palliative e un dialogo rispettoso che non trasformi un tema così delicato in uno scontro ideologico.
di Giorgio Cavazzoli
Ci sono temi sui quali esprimere una posizione richiede particolare prudenza, perché dietro le parole, le norme e le differenti convinzioni etiche ci sono persone, famiglie, malati, medici e storie di sofferenza che meritano innanzitutto rispetto.
Il fine vita è certamente uno di questi.
La mia posizione nasce da una convinzione profonda, radicata nella mia fede cristiana: la vita è un dono di Dio e, proprio perché è un dono, non ritengo che l’uomo possa arrogarsi il diritto di stabilire deliberatamente quando essa debba terminare.
Per questa ragione sono contrario all’eutanasia e al suicidio medicalmente assistito.
Non considero la cosiddetta “dolce morte” una risposta alla sofferenza. Credo, al contrario, che una società veramente umana debba fare tutto ciò che è possibile affinché la persona che soffre non arrivi mai a percepire la propria esistenza come inutile, priva di dignità o come un peso per gli altri.
Difendere la vita non significa accanirsi nelle cure
La difesa della vita, tuttavia, non può essere confusa con l’obbligo di prolungare ad ogni costo l’esistenza biologica attraverso trattamenti inutili, sproporzionati o eccessivamente gravosi.
Su questo punto l’insegnamento della Chiesa cattolica è molto chiaro.
Il Catechismo della Chiesa Cattolica, al numero 2278, riconosce la possibilità di interrompere procedure mediche «onerose, pericolose, straordinarie o sproporzionate rispetto ai risultati attesi». Si tratta del rifiuto dell’accanimento terapeutico: non si vuole provocare la morte, ma si accetta che essa possa seguire il proprio corso naturale.
Questa distinzione, a mio avviso, è essenziale.
Dire no all’eutanasia non significa dire sì all’accanimento terapeutico.
Esiste una profonda differenza morale tra provocare intenzionalmente la morte di una persona e rinunciare a cure ormai sproporzionate, lasciando che la malattia segua il proprio decorso e garantendo al paziente tutto ciò che può alleviarne la sofferenza e preservarne la dignità.
La vera risposta alla sofferenza è non lasciare solo nessuno
È proprio qui che credo debba concentrarsi maggiormente l’impegno della politica e dell’intera società.
Prima di discutere della possibilità di procurare la morte, dovremmo domandarci se abbiamo realmente fatto tutto ciò che era possibile per aiutare una persona a vivere dignitosamente anche l’ultima parte della propria esistenza.
Abbiamo garantito cure palliative adeguate?
Abbiamo assicurato una terapia del dolore realmente accessibile?
Abbiamo sostenuto economicamente e psicologicamente le famiglie?
Abbiamo potenziato l’assistenza domiciliare e gli hospice?
Abbiamo fatto sentire alla persona malata che, nonostante la fragilità e la dipendenza dagli altri, la sua vita continua ad avere un valore immenso?
Sono queste, secondo me, le domande che una società dovrebbe porsi.
La persona gravemente malata non deve mai sentirsi abbandonata. Non deve pensare di essere diventata un costo per il sistema sanitario, un problema per la società o un peso per i propri familiari.
La dignità di una persona non diminuisce con la malattia, con l’età, con la disabilità o con la perdita dell’autosufficienza.
La libertà ha bisogno anche della solidarietà
Nel dibattito sull’eutanasia viene spesso richiamato il principio dell’autodeterminazione individuale. È un tema serio, che merita rispetto e non può essere liquidato superficialmente.
Ma credo che accanto alla libertà individuale debba essere considerata un’altra parola fondamentale: solidarietà.
Una scelta compiuta nella solitudine, nel dolore, nella paura di pesare sui propri cari o nella convinzione di non avere più alternative pone interrogativi profondi sul significato stesso della libertà.
Per questo ritengo che il primo dovere della comunità non sia offrire la morte, ma offrire vicinanza, assistenza e speranza; non abbandonare la persona davanti alla sofferenza, ma accompagnarla.
Una società misura la propria umanità soprattutto dal modo in cui tratta chi è più fragile.
Nessuna guerra ideologica sul dolore
Su una questione così delicata, tuttavia, non credo siano utili le contrapposizioni esasperate.
La mia convinzione è netta: sono contrario all’eutanasia e al suicidio assistito e credo che la vita debba essere rispettata dal concepimento fino alla sua conclusione naturale.
Ma proprio perché questa convinzione nasce dalla mia fede cristiana, sento anche il dovere di rispettare profondamente chi la pensa diversamente.
Essere cristiani, anche nell’impegno pubblico e politico, significa prima di tutto essere testimoni.
E testimoniare non significa imporre, giudicare o dividere le persone tra buoni e cattivi. Significa cercare di vivere ciò in cui si crede, mantenendo sempre aperta la porta del confronto.
Si può essere fermi nei principi senza essere duri con le persone.
Si può dissentire senza trasformare chi la pensa diversamente in un nemico.
Si può difendere il valore della vita senza dimenticare la sofferenza di chi chiede di morire.
Anzi, proprio quella sofferenza dovrebbe interrogarci ancora di più.
Il valore della vita nella fragilità
La cultura contemporanea rischia talvolta di associare il valore della persona alla sua autonomia, alla produttività, alla salute o alla capacità di essere indipendente dagli altri.
Io credo invece che la vita conservi la propria dignità anche – e forse soprattutto – nella fragilità.
Un anziano che dipende dagli altri, una persona gravemente disabile, un malato terminale, una persona che non può più lavorare o essere autosufficiente non valgono meno degli altri.
La loro vita continua ad avere una dignità che nessuna malattia può cancellare.
È precisamente nei momenti nei quali l’essere umano è più fragile che una comunità deve dimostrare di essere veramente solidale.
Accompagnare fino alla fine
La mia idea del fine vita può quindi essere riassunta in pochi principi molto chiari:
no all’eutanasia; no al suicidio assistito; no all’accanimento terapeutico; sì alle cure palliative; sì alla terapia del dolore; sì all’assistenza domiciliare e agli hospice; sì al sostegno concreto delle famiglie; sì all’accompagnamento umano, psicologico e spirituale della persona.
E soprattutto sì al dialogo.
Perché quando discutiamo della vita e della morte dobbiamo ricordarci che non stiamo discutendo soltanto di principi astratti.
Stiamo parlando di uomini e donne che soffrono.
La politica, la medicina e la società devono quindi avvicinarsi a queste situazioni con rispetto, prudenza e delicatezza.
Personalmente continuerò a difendere una convinzione che appartiene profondamente alla mia coscienza: la vita non è una nostra proprietà assoluta. È un dono che abbiamo ricevuto e che siamo chiamati a custodire fino alla sua conclusione naturale.
Ma voglio farlo senza giudicare chi attraversa il dramma della sofferenza e senza pretendere di ignorare la complessità delle singole situazioni.
Perché la testimonianza cristiana, anche nella vita pubblica, non dovrebbe mai costruire muri.
Dovrebbe costruire ponti.
E forse proprio davanti al mistero della sofferenza e della morte abbiamo più bisogno di ascoltarci, rispettarci e prenderci cura gli uni degli altri.
(Penna Bianca) Giorgio Cavazzoli