
Negli Stati Uniti è scattato un nuovo shutdown, il blocco delle attività amministrative federali che si verifica quando il Congresso non approva il bilancio. Una crisi istituzionale che si traduce in uffici chiusi, servizi sospesi e centinaia di migliaia di dipendenti pubblici lasciati senza stipendio. L’ultimo caso è iniziato il 1° ottobre 2025, dopo che Repubblicani e Democratici non sono riusciti a trovare un compromesso in Senato. È il primo stop dal 2019, ma non un episodio isolato: da quasi cinquant’anni lo shutdown ritorna ciclicamente, trasformandosi in un segnale lampante delle profonde divisioni politiche che attraversano l’America. La normativa che lo regola, l’Antideficiency Act, impone infatti che in assenza di rifinanziamento gran parte delle attività venga sospesa, con la sola eccezione dei servizi ritenuti indispensabili per la sicurezza nazionale e la salute pubblica.
Una storia lunga mezzo secolo di crisi ricorrenti
Il primo shutdown risale al 1976, durante la presidenza di Gerald Ford. Da allora, l’America ha vissuto oltre venti blocchi delle attività federali. Alcuni sono durati pochi giorni, altri settimane, e in ogni occasione hanno messo in luce la difficoltà cronica del Congresso di superare gli stalli politici. Tra i più significativi c’è quello del 2013, che sotto la presidenza Obama paralizzò il Paese per 17 giorni, con al centro lo scontro sul finanziamento dell’Affordable Care Act, la riforma sanitaria nota come Obamacare. Anche sotto Donald Trump il fenomeno si ripeté ben tre volte, seppur in periodi di durata ridotta. Lo shutdown non è dunque un’eccezione, ma una prassi che gli Stati Uniti conoscono fin troppo bene, diventata negli anni un vero e proprio strumento di pressione politica utilizzato da entrambe le parti.
Che cos’è lo shutdown e cosa comporta
Lo shutdown comporta il blocco delle attività amministrative federali non rifinanziate dal Congresso. In questi casi, il governo mantiene attivi soltanto i servizi essenziali, tra cui:
- sicurezza nazionale e difesa
- ordine pubblico e giustizia
- sanità pubblica
- pensioni
- traffico aereo
Servizi sospesi e dipendenti senza stipendio
Gli effetti dello shutdown sono concreti e immediati. Uffici chiusi, musei e parchi nazionali serrati, pratiche bloccate: la macchina statale rallenta fino quasi a fermarsi. Centinaia di migliaia di lavoratori federali vengono messi in congedo non retribuito, con la prospettiva di un rimborso solo dopo la fine dell’emergenza. I processi civili vengono rinviati, i centri di ricerca medica sospendono le nuove ammissioni, la NASA riduce drasticamente il personale attivo. I piccoli imprenditori in attesa di fondi federali vedono le loro pratiche slittare di settimane, e i veterani subiscono interruzioni nei programmi di assistenza. Per i sindacati, si tratta di un vero e proprio colpo alla fiducia nelle istituzioni: «Lo shutdown significa lavoratori senza tutele e cittadini privati di servizi essenziali», hanno denunciato le organizzazioni di categoria.
I servizi garantiti durante il blocco
Nonostante la paralisi, esiste un nucleo di attività che non si ferma mai. Restano operativi i servizi di emergenza come polizia, esercito, vigili del fuoco e pronto soccorso. La sanità d’urgenza continua a funzionare, così come il controllo del traffico aereo, pur con possibili ritardi. Anche i servizi postali restano attivi, dal momento che non dipendono direttamente dal bilancio federale, e lo stesso vale per i servizi meteorologici e per la riscossione delle tasse. In questo quadro, il Paese non si arresta completamente ma procede a velocità ridotta: un’America dimezzata, costretta a convivere con un funzionamento minimo dello Stato mentre la politica rimane bloccata in Senato.
Ottobre 2025: lo scontro su sanità e bilancio
Il nuovo shutdown del 2025 nasce da uno scontro frontale sulla sanità. I Repubblicani, sostenitori del One Big Beautiful Bill promosso da Donald Trump, hanno puntato a ridimensionare i fondi destinati all’assistenza. I Democratici, al contrario, hanno difeso con forza i sussidi dell’Obamacare, che sarebbero scaduti a fine anno. In Senato, la proposta democratica è stata bocciata con 53 voti a 47, mentre quella repubblicana è stata respinta con 55 voti a 45. In entrambi i casi mancavano i 60 voti necessari a raggiungere la maggioranza qualificata. Lo stallo ha fatto scattare automaticamente la chiusura del governo federale. Per gli analisti si tratta dell’ennesima dimostrazione di una frattura politica profonda: «Il Congresso non riesce a trovare compromessi e il Paese resta ostaggio delle divisioni», hanno commentato diversi osservatori a Washington.
Un copione che rischia di ripetersi
Lo shutdown non è solo un problema amministrativo, ma un sintomo politico. Ogni volta che si ripete, mina la credibilità delle istituzioni e pesa sulla vita di milioni di cittadini. La paralisi del 2025 dimostra che gli Stati Uniti restano vulnerabili nonostante la loro forza economica e militare. Finché i compromessi non torneranno a prevalere sul conflitto, lo shutdown rimarrà una minaccia ciclica pronta a riaffacciarsi. La storia degli ultimi cinquant’anni suggerisce che non sarà l’ultimo.
speriamo bene . . . . PENNA BIANCA
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