BUON NATALE . . . . in punta di spillo ……

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N PUNTA DI SPILLO di Bruno Fasani

Un Natale speciale nel ricordo di un figlio

Quel Natale del 1947 non era più freddo degli altri. Semplicemente era freddo come Dio comanda, cioè secondo natura. In quel tempo i camini interrompevano il loro servizio con le prime ore della notte lasciando sgombro il cielo dai fumi, libero di far correre i venti, coi loro giochi di suoni e di capriole. Fuori, tra le povere case di quella contrada di montagna, che sembravano stare in piedi solo per il calore umano che le popolava, la neve s’era fatta la scorza dura, in attesa che passasse l’inverno. Del resto da novembre a marzo era lei a dipingere col suo nitore cose e case. Uno scenario adatto ad un racconto dei fratelli Grimm, prima che Greta Thunberg ci raccontasse la favola triste di un mondo intossicato dagli uomini. In quel Natale, Luigi già dalla vigilia aveva avuto qualche apprensione. Il fatto è che tutti gli abitanti della contrada, nel pomeriggio, avevano sentito distintamente il fischio del treno che correva due vallate più in là, nella Valdadige. E quello era un segno inequivocabile: neve in arrivo. Oltretutto doveva sbrigare tutto da solo, la moglie era ancora in fase di recupero, dopo aver dato alla luce la quinta creatura nove giorni prima. Indebolita fisicamente e vincolata da una prescrizione che le imponeva la Chiesa, quella di non uscire per 40 giorni, per via di una prassi copiata da un fondamentalismo in buona fede che prendeva alla lettera racconti biblici, là dove si parla di un tempo di purificazione. Da chi e da che cosa nessuno se l’era mai chiesto, continuando a perpetuare l’idea che se c’era qualche contaminazione morale, quella non poteva venire che da Eva.

Tra le cose da sbrigare c’era anche il battesimo di quell’ultimo cucciolo arrivato da pochi giorni. Con il parroco si era concordato per la Messa delle 8 e, considerato che doveva fare sette chilometri a piedi tra strade e sentieri, si incamminò per fare il suo dovere di padre e di cristiano quando era ancora buio. La sua sposa l’aveva infagottata

bene quella creatura, stretta tra i panni che ne facevano una piccola mummia addormentata. A proteggerla dal freddo esterno c’era il mantello del padre, nero e ruvido, ma avvolgente e protettivo.

Il rito fu un atto di fede, in cui nessuno seppe mai chi avesse più fretta. Se il parroco infreddolito da qualche ora di permanenza in chiesa. Se il padre del bimbo che doveva riportare il moccioso per la poppata di rito. Se i padrini orgogliosi di quel ruolo di cui capivano ben poco. Quel mattino il Natale ebbe due culle. Quella del presepio e quella di un bimbo che veniva a fare della sua casa una piccola Nazareth.

Luigi fece la strada di ritorno sotto una nevicata che lo imbiancava come un albero in cammino. In silenzio, sotto lo sfrigolio dei fiocchi che cadevano, neppure lui sapeva cosa si sarebbe messo in moto in quella creatura in forza di una Grazia di cui gli avevano parlato senza probabilmente capirne molto, ma accettando di mettersi a servizio come un Giuseppe qualsiasi davanti a qualcosa non del tutto comprensibile e più grande di sé.

È prassi tra i figli che si ricordino e si ringrazino più le madri che i padri, soprattutto per quanto concerne le cose di fede. Per una volta vorrei fare una deroga, pensando che il Natale del mio battesimo possa coincidere con il Natale all’eternità di mio padre Luigi, con il grazie per ciò che ha fatto in quell’anno lontano.