
Ricordo bene quando militavo nella neonata UDC, Unione dei democratici cristiani e di Centro, poi “snaturata” da Casini prima e da Cesa/De Poli dopo…… trasformata in UNIONE DI CENTRO, mini partito al sevizio di Forza Italia o di Fratelli d’Italia e addirittura della LEGA . . . al bisogno; ritonando ai ricordi, se l’UDC nata dalla fusione tra CDU-CCD e Democrazia Europea, si fosse presa la “briga” di affermare già nei primi anni 2.000 che la DC era stata illecitamente estromessa dal panorama politico nazionale perché i politici di centro avevano paura di essere assimilati a tutti coloro che nello “tsunami” di tangentopoli avevano avuto conseguenze giudiziarie e che quindi la DEMOCRAZIA CRISTIANA era stata la forza politica che aveva fatto diventare importante l’Itala sin dal dopoguerra e che non era necessario assolutamente cercare chissà quale leader carismatico (cfr. Berlusconi), chi aveva difeso la libertà in Italia c’è sempre stata – LA DC.
Oggi dobbiamo ribadire una visione dell’uomo e della società che affonda le sue radici nella grande tradizione della dottrina sociale della Chiesa, ma che allo stesso tempo guarda al futuro con coraggio, responsabilità e speranza.
Viviamo in un tempo in cui le tensioni globali, le incertezze economiche e le trasformazioni tecnologiche rischiano di indebolire il senso di comunità e la solidarietà tra le persone. Proprio per questo è decisivo tornare ai principi che mettono al centro la dignità umana, la responsabilità personale e il bene comune.
La dottrina sociale della Chiesa, da Rerum Novarum fino a Caritas in Veritate e Fratelli Tutti, ci consegna una bussola sicura: l’uomo non è un mezzo, ma il fine di ogni organizzazione sociale, politica ed economica. L’uomo, ogni uomo, soprattutto il più fragile, è chiamato ad essere protagonista della propria vita, della propria comunità, del proprio destino. Alla politica spetta il compito di creare le condizioni perché questa dignità possa fiorire pienamente.
In questa prospettiva si colloca l’idea di economia sociale di mercato, pilastro essenziale della nostra tradizione europea. Non un’economia ingabbiata, ostacolata o soffocata, ma un’economia che si sviluppa nella libertà, temperata però dalla giustizia sociale, dall’equità e dalla partecipazione. L’impresa è un attore decisivo della vita pubblica, ma la sua libertà non è mai disgiunta dalla responsabilità verso i lavoratori, verso il territorio e verso la comunità. La competizione è un valore se è leale; il profitto è legittimo se è accompagnato dalla condivisione, dall’inclusione e dalla cura per chi resta indietro.
Accanto a questo modello economico troviamo un altro grande principio: la sussidiarietà. Significa che ciò che può essere fatto dalla persona, dalla famiglia, dall’associazione, dal comune o dalla comunità locale non deve essere sottratto da un livello superiore dello Stato.
La sussidiarietà non è solo un metodo amministrativo: è una filosofia di libertà. È fiducia nell’uomo, nella sua capacità di assumersi responsabilità, di creare, di innovare, di prendersi cura degli altri. È la convinzione che le risposte migliori nascano dal basso, da chi vive i problemi reali, da chi conosce la propria terra, da chi sa trasformare un bisogno in una soluzione concreta.
Tutto questo non può esistere senza un Stato liberale che riconosce i diritti fondamentali, tutela le libertà, garantisce la giustizia, difende il pluralismo e crea un quadro stabile entro il quale cittadini e comunità possano agire senza paura. Ma il nostro è un liberalismo che non lascia indietro nessuno. È uno Stato liberale sì, ma con una forte dinamica sociale, capace di intervenire dove il mercato non arriva e di promuovere coesione, inclusione, dignità del lavoro, servizi essenziali per tutti.
Uno Stato che non sostituisce, ma integra; non domina, ma orienta; non invade, ma sostiene. Uno Stato che non si limita a distribuire risorse, ma crea opportunità; non solo protegge, ma valorizza; non solo regola, ma accompagna. Questo è l’equilibrio maturo fra libertà e solidarietà, tra iniziativa privata e responsabilità pubblica.
La nostra visione non è una nostalgia del passato: è una proposta per il domani. È la risposta a un’economia che rischia di creare nuove disuguaglianze, a una società che talvolta smarrisce il senso del limite e della comunità, a una politica che rischia di essere prigioniera della semplificazione e del conflitto.
Oggi più che mai abbiamo bisogno di un nuovo umanesimo civile:
– che rimetta al centro la persona e la famiglia;
– che promuova un’economia produttiva e condivisa;
– che costruisca legami sociali anziché divisioni;
– che valorizzi l’autonomia dei territori e delle comunità;
– che crei un futuro in cui libertà e solidarietà camminino insieme.
Questa è la nostra sfida e il nostro impegno.
Questo è il cammino che vogliamo percorrere, insieme, per un’Italia più giusta, più forte e più umana.
PENNA BIANCA
(Giorgio Cavazzoli)
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