LA POLITICA DEGLI ULTIMI DUE MESI

Ucraina, Russia e la diplomazia impossibile (finora)

Negli ultimi due mesi il fronte ucraino è rimasto il principale barometro degli equilibri internazionali. Sul terreno, la guerra è proseguita come conflitto di logoramento, con attacchi di droni e missili incrociati e piccoli avanzamenti tattici rivendicati da entrambe le parti nel Donbas. A livello strategico, però, gli sviluppi più significativi sono stati diplomatici ed economici.

Da Washington è partita una nuova offensiva negoziale: la Casa Bianca ha incaricato l’inviato speciale Keith Kellogg di sondare con intensità un possibile percorso per “fermare la guerra” in tempi brevi, accompagnandolo con la minaccia — ribadita pubblicamente — di nuove sanzioni se non si vedranno progressi. Questa linea è stata affiancata da una pressione per definire “garanzie di sicurezza” per Kyiv sul modello dell’Articolo 5 (pur senza un ingresso immediato nella NATO). Nel frattempo, sul terreno diplomatico si è moltiplicato il traffico di alto livello verso Kyiv, con impegni aggiuntivi di aiuti militari e finanziari da parte di partner europei e nordamericani. AP NewsReuters

Mosca, tuttavia, ha frenato sull’ipotesi di un vertice immediato fra Putin e Zelensky, mantenendo la linea secondo cui i negoziati dovrebbero avvenire a determinate condizioni politiche interne ucraine. Questo tira e molla ha lasciato presagire una lunga fase di “pre-negoziato”: molte dichiarazioni, qualche scambio umanitario (come i nuovi scambi di prigionieri), ma nessun annuncio di cessate il fuoco. Sul campo, intanto, droni ucraini hanno colpito con insistenza la filiera petrolifera russa (raffinerie e terminal), mirando a comprimere entrate e capacità logistiche del Cremlino; secondo stime giornalistiche, i raid hanno messo fuori uso in modo intermittente una quota significativa della capacità di raffinazione, con ripercussioni sui rifornimenti interni. AP NewsAl JazeeraReuters

Sul piano militare, le valutazioni quotidiane degli istituti di analisi indicano che Mosca continua a testare le difese ucraine lungo più direttrici, mentre Kyiv alterna azioni di contenimento a colpi asimmetrici in profondità sul territorio russo. Anche gli osservatori indipendenti sottolineano come la leva economica (sanzioni e attacchi alle infrastrutture energetiche) sia diventata parte integrante del calcolo strategico di entrambe le parti, trasformando la guerra in una contesa a lungo termine sull’attrito industriale e sulla resilienza. Institute for the Study of War

Gaza, Libano e il corridoio instabile del Levante

Il conflitto a Gaza, quasi due anni dopo l’inizio, ha vissuto nelle ultime settimane una nuova, durissima fiammata sull’area di Gaza City. Le operazioni israeliane sono proseguite con intensità, con l’obiettivo dichiarato del controllo totale della città e la contestuale ripresa — a singhiozzo — di contatti indiretti per un possibile accordo su cessate il fuoco e ostaggi. Il quadro umanitario resta desolante, con agenzie e osservatori che parlano di fame diffusa e di spostamenti forzati di massa. Reuters+1The Guardian

Parallelamente, la “frontiera” nord si è fatta improvvisamente centrale: a metà agosto il governo libanese ha approvato — per la prima volta da molti anni — linee guida che puntano a riportare “tutte le armi sotto controllo dello Stato”, cioè a un percorso di disarmo (o comunque di ricomposizione) dell’arsenale di Hezbollah entro fine anno. Israele ha risposto dicendosi pronto a una riduzione progressiva della propria presenza in Libano meridionale, se Beirut darà seguito con atti concreti: un segnale che, se confermato, potrebbe aprire un canale di de-escalation regionale. Resta però l’opposizione di Hezbollah e la fragilità strutturale delle istituzioni libanesi, ragione per cui molti analisti invitano alla prudenza. ReutersAl Jazeera

Iran e il dossier nucleare: tra minacce e tavoli negoziali

Dopo l’ennesima impasse primaverile, agosto ha visto una parziale ripresa del dialogo tra Teheran e il trio europeo (Francia, Germania, Regno Unito) con la prospettiva di incontri a Ginevra. Il linguaggio è rimasto teso: si parla di possibili “snapback” di sanzioni da parte europea e, dall’altro lato, di resistenze iraniane a “dettami” occidentali. Tuttavia, il fatto che le parti tornino al tavolo segnala che, dietro la retorica, esiste ancora lo spazio per intese tecniche su arricchimento, ispezioni e sanzioni. Il tutto in un contesto regionale reso più incandescente dall’intreccio con Gaza e Libano e dalla memoria recente di escalation lampo. ReutersTimes of IsraelAl Jazeera

Taiwan, Cina e il teatro indo-pacifico

Sul fronte indo-pacifico, le ultime settimane hanno registrato due linee di tendenza. Da un lato, Taipei ha inasprito alcuni strumenti interni contro l’influenza e l’infiltrazione della Repubblica Popolare, colpendo in particolare i residenti con doppie posizioni documentali considerate a rischio sul versante della sicurezza. Dall’altro, l’esercitazione Han Kuang (edizione 2025) ha dato evidenza di una postura più ambiziosa e “asimmetrica” delle forze armate taiwanesi, con enfasi su sopravvivenza, dispersione e risposta multi-dominio a scenari d’invasione o blocco navale. Questi segnali si inseriscono in una cornice regionale dove la deterrenza resta il linguaggio quotidiano e in cui la misurazione della “soglia” tra provocazione e casus belli è diventata arte fine della politica estera. Institute for the Study of WarGlobal Taiwan Institute

Europa e NATO: il difficile equilibrio tra sostegno a Kyiv e agenda interna

In Europa, gli ultimi due mesi sono stati scanditi da due imperativi: sostenere l’Ucraina e, allo stesso tempo, mettere a terra riforme interne. Il nuovo Segretario Generale della NATO, Mark Rutte, ha visitato Kyiv proprio a ridosso della festa d’Indipendenza ucraina, ribadendo l’impegno dell’Alleanza pur nella consapevolezza che l’architettura di garanzie a lungo termine richiede consenso politico e capacità industriale in Europa. Questo si incrocia con i dibattiti nazionali su bilanci, riarmo e produzione di munizionamento, in un’Unione che, mentre discute di difesa, deve anche implementare il nuovo Patto migrazione-asilo, con relative tensioni tra Stati membri su ricollocamenti e frontiere esterne. nato.int+1EUR-Lex

America Latina: la svolta boliviana e i segnali per la regione

La novità più rumorosa nel subcontinente è arrivata dalla Bolivia: il primo turno delle presidenziali del 17 agosto ha sancito la fine della lunga egemonia del MAS, il partito di Evo Morales, con l’avanzata al ballottaggio di due candidati di centro-destra e il crollo dei consensi per la sinistra storica, in un contesto di inflazione alta, scarsità di carburante e dollari e una crescita asfittica. Si tratta di uno spostamento potenzialmente paradigmatico per gli allineamenti geopolitici (rapporti con USA e Cina, politica delle materie prime strategiche come il litio) e la politica economica (aperture al mercato, riforme fiscali, gestione del debito). Il secondo turno dirà se questa “svolta” sarà consolidata o rinegoziata, ma l’impatto simbolico regionale è già tangibile. Reuters+1

Africa: Sudan, il corno d’Africa e l’ECOWAS in apnea

Il quadro africano degli ultimi due mesi ha offerto, più che svolte, linee di continuità preoccupanti. In Sudan, la guerra tra esercito regolare (SAF) e le Forze di Supporto Rapido (RSF) continua a lacerare il Paese. A metà agosto il Consiglio di Sicurezza dell’ONU ha ribadito l’urgenza di un cessate il fuoco e di un percorso negoziale, mentre a Khartoum si registravano riorganizzazioni interne alla catena di comando delle SAF, lette come tentativi di consolidare il controllo nel pieno del conflitto. Sul terreno, la catastrofe umanitaria resta di proporzioni gigantesche. Sito Stampa delle Nazioni UniteFDD’s Long War Journal

Più a est, l’Etiopia vive un allarme di ricaduta nel conflitto: tensioni latenti in Tigray e in Amhara hanno riacceso i timori di una nuova spirale di violenza, con effetti a cascata su stabilità interna, rapporti con l’Eritrea e rotte migratorie nell’intero Corno d’Africa. Sono segnali che, se letti insieme alla crisi sudanese, mostrano quanto fragile sia il tessuto di sicurezza regionale. Al Jazeera

In Africa occidentale, infine, prosegue la fase di “frammentazione istituzionale” con la Comunità economica dell’Africa occidentale (ECOWAS) alle prese con l’eredità dei colpi di stato in Sahel e con la ridefinizione del proprio mandato in un’area segnata da giunte militari, transizioni incerte e opinioni pubbliche polarizzate. La regione resta laboratorio—e monito—di quanto la resilienza democratica richieda strumenti non solo sanzionatori ma anche incentivi economici credibili. securitycouncilreport.orgLSE Blog

Tendenze trasversali: economia di guerra, diplomazia “a finestre” e opinioni pubbliche stanche

Mettendo in sequenza questi dossier, emergono tre linee di tendenza comuni nel bimestre:

1) Normalizzazione dell’“economia di guerra”.
Dalla Russia all’Ucraina, passando per Israele e per gli snodi industriali europei, gli apparati produttivi sono sempre più orientati a cicli lunghi di spesa militare e riarmo, con filiere che si riorganizzano (munizioni, droni, difesa aerea) e un ruolo crescente dei dazi/sanzioni come strumento politico. Gli attacchi alle raffinerie russe e le contromisure sul mercato energetico ne sono la manifestazione più evidente: danneggiano disponibilità e prezzi, ma soprattutto colpiscono la capacità di mantenere a lungo l’intensità bellica. Reuters

2) Diplomazia “a finestre” e pace condizionata.
Dossier come Ucraina e Iran mostrano una diplomazia ritmica: brevi finestre in cui si tenta un balzo (summit, “lettere” politiche, minacce credibili), seguite da stasi in cui ciascuno consolida le posizioni. Senza un bilanciamento tra incentivi e deterrenza, le finestre si richiudono rapidamente. Il Levante lo sta sperimentando: il possibile scambio “disarmo di Hezbollah in cambio di ritiro graduale israeliano” è un tipico esempio di condizionalità incrociata, tutta da testare in concreto. Reuters+1

3) Opinioni pubbliche stanche ma non indifferenti.
Tra inflazione, costo dell’energia, cicli elettorali e pressione migratoria, gli elettori spingono i governi a “farla finita” con conflitti percepiti come lontani ma dai costi vicini. La Bolivia, pur con una dinamica molto domestica, racconta che i realignments sono possibili: quando l’economia si inceppa, il voto cambia geografia ideologica. In Europa e Nord America, i governi cercano equilibrio tra politica estera “valoriale” e i vincoli del consenso, con compromessi che non sempre producono coerenza strategica.

Che cosa guardare a settembre-ottobre

Ucraina. La scadenza informale fissata da Washington per misurare i progressi negoziali potrebbe innescare nuove mosse: o uno schema di garanzie più concreto (magari a geometria variabile con un “core” europeo), o un irrigidimento su sanzioni e dazi. Sul campo, l’autunno dirà quanto l’industria della difesa europea sia riuscita ad accelerare.

Gaza-Libano. Due binari correlati: un’intesa su ostaggi/cessate il fuoco nella Striscia e, al nord, la traduzione pratica del mandato libanese sul disarmo di Hezbollah. Ogni incertezza su quest’ultimo rischia di riflettersi in nuove scosse al confine.

Iran. Se i colloqui con l’E3 produrranno anche solo un “accordo interinale” su ispezioni e limiti tecnici, la pressione su Teheran potrebbe attenuarsi; in caso contrario, si riapre lo spettro di sanzioni aggiuntive europee e nuove tensioni regionali.

Taiwan-Cina. Dopo Han Kuang, attenzione a come Taipei declina la dottrina “asimmetrica” in procurement e posture quotidiane, e a come Pechino risponde con esercitazioni o misure legali (zone ADIZ, ispezioni in mare).

America Latina. La Bolivia andrà al ballottaggio: in gioco ci sono non solo politiche economiche interne ma anche la posizione del Paese nella geoeconomia dei metalli critici, fattore chiave per catene globali della transizione energetica.

Africa. Sudan ed Etiopia restano punti caldi con rischio di peggioramento umanitario. L’ECOWAS cercherà di ridefinire la sua efficacia in un’area dove il “modello Sahel” di rottura con l’ordine regionale non è affatto archiviato.

Conclusione: un ordine (ancora) policentrico, ma sotto stress

Il bimestre appena trascorso conferma che il sistema internazionale è policentrico e competitivo, con potenze regionali sempre più proattive e alleanze che provano a ricalibrarsi senza perdere coesione. La parola d’ordine è “gestione del rischio”: i governi misurano ogni mossa sul bilancino tra sicurezza, consenso interno e costi economici. La diplomazia torna protagonista, ma solo quando è accompagnata da leve concrete (produzione industriale, finanza pubblica, controllo delle filiere, tecnologia dual-use). L’autunno dirà se le finestre negoziali aperte in agosto — dall’Ucraina all’Iran, dal Libano a Bruxelles — sono il preludio a compromessi stabili o l’ennesimo respiro corto in un ciclo di crisi che ancora non vede un’uscita strutturale.


Fonti principali (selezione): Reuters, AP, NATO, ISW, The Guardian, Al Jazeera, Reuters/FT su Libano, e Reuters/AP su Bolivia. Ho citato in linea i passaggi più “pesanti” e temporaneamente sensibili; per approfondire, trovi qui sotto una lista rapida di letture chiave degli ultimi giorni.

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