Messaggio Pasquale di.Mons. Erio Castellucci Arcivescovo di Modena e Nonantola e di CarpišŸ™

Mons. Erio Castellucci

IL FILO D’ORO DELLA RIGENERAZIONE
šŸ–‹ Messaggio pasquale 2021 dell’arcivescovo Erio Castellucci

Le parole non hanno sempre lo stesso suono nel corso della vita. ƈ vero che le lettere e le sillabe sono uguali e la pronuncia ĆØ la stessa; ma dire ā€œsaluteā€ quando tutto va bene, o dirlo durante una grave malattia, ha un peso ben diverso; parlare di ā€œmorteā€ durante una lezione di filosofia, oppure di fronte a un grave lutto, produce stati d’animo differenti. Esteriormente non cambia nulla, ma nel cuore cambia tutto. Più andiamo avanti negli anni e maggiore importanza diamo alle parole; e quelle che da ragazzi pronunciavamo con tanta facilitĆ  e leggerezza, come ā€œamiciziaā€, ā€œamoreā€, ā€œaffettoā€ – per fermarci alle più importanti – si caricano a poco a poco di risonanze, delusioni e richiami; perchĆ© nel trascorrere del tempo si caricano di volti e si riempiono di esperienze.
ChissĆ  che suono avrĆ  quest’anno la parola ā€œsperanzaā€, la promessa racchiusa nella Pasqua, che per i credenti ĆØ la vittoria della vita sulla morte, lo squarcio di luce riaperto sulle tenebre; e per tutti ĆØ il rifiorire della natura, la rivincita del giorno sulla notte. Tempo di speranza, dunque: ma come distinguerla dall’illusione? Un anno fa si stava indebolendo un hashtag lanciato in Italia all’inizio della pandemia: #andrĆ tuttobene; slogan apparso sempre meno credibile, di fronte all’aumento continuo dei morti a causa del covid-19, che giĆ  a Pasqua 2020 erano circa 20.000; ora, che sono quasi 100.000 in più, nessuno osa ripetere quell’auspicio: suonerebbe beffardo e quasi offensivo verso i defunti e i loro cari e verso i milioni di contagiati. Si ĆØ dimostrata una speranza illusoria, vana e campata per aria.
Che suono può avere, allora, in questa nuova Pasqua, la parola ā€œsperanzaā€? Come evitare un’altra illusione? Possiamo abbinarla semplicemente all’auspicio della guarigione e della ā€œimmunitĆ  di greggeā€? Certo, tutti speriamo – e lo speriamo davvero – che nei prossimi mesi la pandemia si arresti e la vita sociale riparta; tutti speriamo che le profonde ferite di chi ĆØ stato colpito dal lutto e dalla malattia, dall’angoscia e dalla povertĆ , si possano a poco a poco curare e rimarginare; tutti speriamo che questa esperienza ci insegni ad essere più attenti all’essenziale e meno al superfluo, più appassionati alle relazioni e meno alle polemiche. Ma la speranza pasquale non ĆØ solo ā€œottimismoā€; non ĆØ solo ā€œrilancioā€ e nemmeno solo ā€œprogettoā€: ĆØ ā€œrigenerazioneā€, cioĆØ ā€œnuova nascitaā€. Dobbiamo prendere atto che qualcosa ĆØ morto. Gesù non ha aggirato il sepolcro, ma vi ha dimorato. Noi non possiamo fondare la nostra speranza sulla circonvallazione della tomba; ĆØ un passaggio inevitabile. La speranza pasquale non può avere il suono dell’illusione, tanto più oggi che siamo tutti disincantati e provati. Deve avere il suono realistico della rigenerazione: insieme a molte persone, sono morti anche i deliri di onnipotenza e i miraggi di facile e duraturo benessere.
Dalle ceneri deve rinascere qualcosa, prendendo atto di ciò che ĆØ morto; dobbiamo ripartire, certo, ma non continuando a vivere come prima – con tante ingiustizie, superficialitĆ  e risentimenti – ma lasciandoci purificare dall’esperienza del sepolcro. Per i cristiani, l’ultima parola non ĆØ morte, ma vita. Una vita che durerĆ  per sempre e sarĆ  piena nella misura dell’amore che avremo vissuto nell’esistenza terrena. ƈ diffusa l’immagine del kintsugi, la tecnica giapponese della riparazione con l’oro. Quando si rompe un vaso di ceramica, invece di gettare via i cocci, c’è chi li incolla insieme con un filo di oro liquido, ottenendo un oggetto artistico, un pezzo unico a motivo dell’irregolaritĆ  dei frammenti e prezioso in ragione dell’oro.
Il filo d’oro che dĆ  senso alle nostre giornate, che mette insieme artisticamente i pezzi della nostra vita e raccoglie le ferite, impreziosendole, ĆØ l’amore donato e ricevuto. ƈ l’amore che tiene insieme i pezzi della nostra vita, che cuce le nostre ferite. Solo l’amore rigenera: se sapremo testimoniare con la vita la capacitĆ  rigenerante dell’amore, se sapremo raccogliere i cocci delle nostre fragilitĆ  e legarli insieme con il filo d’oro dell’amore, accenderemo anche in questa Pasqua una luce che perfora il buio della morte, un riflesso di quell’oro prezioso che ĆØ l’amore di Cristo, uscito rigenerato dal sepolcro.
+ Erio