
IL FILO D’ORO DELLA RIGENERAZIONE
š Messaggio pasquale 2021 dell’arcivescovo Erio Castellucci
Le parole non hanno sempre lo stesso suono nel corso della vita. Ć vero che le lettere e le sillabe sono uguali e la pronuncia ĆØ la stessa; ma dire āsaluteā quando tutto va bene, o dirlo durante una grave malattia, ha un peso ben diverso; parlare di āmorteā durante una lezione di filosofia, oppure di fronte a un grave lutto, produce stati dāanimo differenti. Esteriormente non cambia nulla, ma nel cuore cambia tutto. Più andiamo avanti negli anni e maggiore importanza diamo alle parole; e quelle che da ragazzi pronunciavamo con tanta facilitĆ e leggerezza, come āamiciziaā, āamoreā, āaffettoā ā per fermarci alle più importanti ā si caricano a poco a poco di risonanze, delusioni e richiami; perchĆ© nel trascorrere del tempo si caricano di volti e si riempiono di esperienze.
ChissĆ che suono avrĆ questāanno la parola āsperanzaā, la promessa racchiusa nella Pasqua, che per i credenti ĆØ la vittoria della vita sulla morte, lo squarcio di luce riaperto sulle tenebre; e per tutti ĆØ il rifiorire della natura, la rivincita del giorno sulla notte. Tempo di speranza, dunque: ma come distinguerla dallāillusione? Un anno fa si stava indebolendo un hashtag lanciato in Italia allāinizio della pandemia: #andrĆ tuttobene; slogan apparso sempre meno credibile, di fronte allāaumento continuo dei morti a causa del covid-19, che giĆ a Pasqua 2020 erano circa 20.000; ora, che sono quasi 100.000 in più, nessuno osa ripetere quellāauspicio: suonerebbe beffardo e quasi offensivo verso i defunti e i loro cari e verso i milioni di contagiati. Si ĆØ dimostrata una speranza illusoria, vana e campata per aria.
Che suono può avere, allora, in questa nuova Pasqua, la parola āsperanzaā? Come evitare unāaltra illusione? Possiamo abbinarla semplicemente allāauspicio della guarigione e della āimmunitĆ di greggeā? Certo, tutti speriamo ā e lo speriamo davvero ā che nei prossimi mesi la pandemia si arresti e la vita sociale riparta; tutti speriamo che le profonde ferite di chi ĆØ stato colpito dal lutto e dalla malattia, dallāangoscia e dalla povertĆ , si possano a poco a poco curare e rimarginare; tutti speriamo che questa esperienza ci insegni ad essere più attenti allāessenziale e meno al superfluo, più appassionati alle relazioni e meno alle polemiche. Ma la speranza pasquale non ĆØ solo āottimismoā; non ĆØ solo ārilancioā e nemmeno solo āprogettoā: ĆØ ārigenerazioneā, cioĆØ ānuova nascitaā. Dobbiamo prendere atto che qualcosa ĆØ morto. Gesù non ha aggirato il sepolcro, ma vi ha dimorato. Noi non possiamo fondare la nostra speranza sulla circonvallazione della tomba; ĆØ un passaggio inevitabile. La speranza pasquale non può avere il suono dellāillusione, tanto più oggi che siamo tutti disincantati e provati. Deve avere il suono realistico della rigenerazione: insieme a molte persone, sono morti anche i deliri di onnipotenza e i miraggi di facile e duraturo benessere.
Dalle ceneri deve rinascere qualcosa, prendendo atto di ciò che ĆØ morto; dobbiamo ripartire, certo, ma non continuando a vivere come prima ā con tante ingiustizie, superficialitĆ e risentimenti ā ma lasciandoci purificare dallāesperienza del sepolcro. Per i cristiani, lāultima parola non ĆØ morte, ma vita. Una vita che durerĆ per sempre e sarĆ piena nella misura dellāamore che avremo vissuto nellāesistenza terrena. Ć diffusa lāimmagine del kintsugi, la tecnica giapponese della riparazione con lāoro. Quando si rompe un vaso di ceramica, invece di gettare via i cocci, cāĆØ chi li incolla insieme con un filo di oro liquido, ottenendo un oggetto artistico, un pezzo unico a motivo dellāirregolaritĆ dei frammenti e prezioso in ragione dellāoro.
Il filo dāoro che dĆ senso alle nostre giornate, che mette insieme artisticamente i pezzi della nostra vita e raccoglie le ferite, impreziosendole, ĆØ lāamore donato e ricevuto. Ć lāamore che tiene insieme i pezzi della nostra vita, che cuce le nostre ferite. Solo lāamore rigenera: se sapremo testimoniare con la vita la capacitĆ rigenerante dellāamore, se sapremo raccogliere i cocci delle nostre fragilitĆ e legarli insieme con il filo dāoro dellāamore, accenderemo anche in questa Pasqua una luce che perfora il buio della morte, un riflesso di quellāoro prezioso che ĆØ lāamore di Cristo, uscito rigenerato dal sepolcro.
+ Erio

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